Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

Una montagna che vive

Giuseppe Ragogna
Una montagna che vive

Gli incontri lungo i sentieri e nei piccoli borghi dimenticati aiutano a capire lo stato di salute della montagna friulana. I numeri statistici chiudono le vallate in una morsa di declino, ma ci sono storie che frenano l’ineluttabilità del fenomeno. Si tratta di tasselli che danno forma a un puzzle un po’ più complesso e per nulla scontato. Sono pezzi che rappresentano persone, per lo più giovani. Si mettono coraggiosamente in gioco dando consistenza a percorsi di rinascita che ribaltano i vecchi modelli di sviluppo: non grandi e costose opere, ma piccoli progetti (tanti e diffusi) compatibili con valli selvagge e rispettosi dei cambiamenti climatici. Questi protagonisti si definiscono “un po’ matti” per andare controvento, ma sono capaci di alimentare sogni e speranze, perché c’è bisogno di una montagna viva. Non resta che mettere lo zaino in spalla e tracciare alcune coordinate sulla cartina del Friuli. Tendere la rete e raccontare le esperienze. È sufficiente una sintesi di quanto raccolto per comporre lo spaccato di una “rivoluzione silenziosa”.

   Ci sono luoghi dimenticati dagli uomini (e persino da Dio) che stanno diventando dei quadri di Van Gogh, colorati e profumati. Le vallate sono delle tavolozze che cambiano a ogni stagione. In Valcellina, a Claut, Carlo Santarossa ha avviato una piccola azienda di piante officinali e piccoli frutti di bosco. È il suo lavoro alternativo: “Mi ero stancato di consegnare il curriculum senza ottenere nulla”. Per lui la montagna significa essenzialità: “Ho deciso di uscire dal paradigma classico dell’economia. Non ci si arricchisce lavorando la terra quassù, però si assorbono ben altri valori che formano uno stile di vita in sintonia con la natura. La montagna forma spiriti liberi”.

Dal Piancavallo gli fa eco l’impresa di Francesca e Andrea Muner. La prima ha lasciato il posto in banca, il secondo ha appeso al chiodo le scarpe da cestista professionista. Ora coltivano arnica montana e la trasformano in olii e pomate con effetti antinfiammatori e rilassanti. Dal Piancavallo si scende verso Barcis per apprezzare l’esteso meleto piantato dai coniugi Marco Tinor e Diana Stradella. La tempesta Vaia aveva distrutto il loro patrimonio aziendale. Si sono rimessi in piedi, ripartendo da zero.

   Sul versante della Val Colvera c’è una casetta bianca in mezzo al bosco, sotto la protezione del monte Raut. Enrico Berto ha allestito proprio lì lo studio musicale, dove dall’ideazione e dalla scrittura arriva al mixaggio e all’incisione: “Ho sempre cercato un’oasi di serenità in armonia con l’ambiente”. Sul muro dell’edificio, una scatoletta con dentro i congegni elettronici garantisce la connessione internet. È una manna dal cielo. L’elenco dei clienti musicisti è rappresentativo del mondo che conta: “Da remoto si può svolgere qualsiasi attività, senza rinunciare alla bellezza del luogo dove si vive”. Sulla stessa lunghezza d’onda si è posta una coppia di “nomadi digitali”. Ivan Provenzale e Giovanna Rovedo, con il figlioletto Martino, sono gli unici abitanti di Staligial, il borgo abbandonato nel cuore della Val Tramontina. Lui è progettista di servizi web. Da quel piccolo luogo fuori dal mondo gestisce la logistica di alcune multinazionali. Lei insegna danza contemporanea e partecipa a spettacoli internazionali. Staligial è diventato il loro “buen retiro” nel periodo dei lockdown, quando il Covid batteva duro. Da lì non si sono più mossi. La loro energia è trasmessa a una comunità di progetto con visioni strategiche, stili di vita alternativi e rispetto della natura.

   Anche la Carnia fa la sua parte. A Invillino (Villa Santina), Elena Sica ha avviato un’attività di coltivazione di verdure e ortaggi con metodi biologici come scelta etica e culturale: “La terra è bellezza e, se rispettata, premia chi non la tradisce”. Per far capire la sua alternatività a una vita stressante ha scritto un post sui social che ha suscitato curiosità: “Il sogno di tante ragazze è di vivere nelle grandi città e fare soldi, meglio come influencer. Il mio sogno è invece di guidare il trattore, di coltivare le patate e di vivere in montagna”.

Una decina di chilometri più in là, a Illegio, il giovane Marco Zozzoli si è inventato collezionista di semi di tutto il mondo, che coltiva con successo, senza dimenticare le biodiversità locali. Di giorno sui campi, la sera al computer per tenersi aggiornato: “Niente porcherie, uso soltanto metodi naturali. Non si deve stravolgere i valori della terra per l’ingordigia di raccogliere quantità spropositate”. Nelle terre alte ci sono ulteriori innovazioni che si innestano sulle culture locali.

Nella Val d’Incarojo, nel borgo di Trelli (Paularo), Dina Della Schiava e Chiara, madre e figlia, continuano la tradizione degli “scarpets” nel loro piccolo atelier di montagna. Stanno conquistando larghi mercati con le calzature carniche.

A pochi chilometri di distanza, in Val Pesarina, i fratelli Leita, Alessandro e Michele, producono strumenti musicali, soprattutto a tastiera. Nel loro laboratorio, ogni giorno si ripete la magia dell’homo faber che, con mani intelligenti, dà forma e sostanza a tradizioni antiche.

   Nel cuore delle montagne di Zore della valle del Cornappo, Alessia Berra ha avviato un allevamento di capre, con tanto di caseificio per la lavorazione del latte. È tornata a casa con la laurea in Scienze naturali: “Non ho mai accettato di sentir dire che qui non c’è niente. Le valli sono risorse di straordinaria bellezza”.

Non c’è montagna senza animali che garantiscono prodotti di qualità. E avanti ancora con Kaspar Nickles e la moglie Marina Tolazzi, irriducibili abitanti del borgo di Drentus, in Val d’Aupa. Legambiente ha premiato la coppia con la bandiera verde “per aver saputo reinterpretare, rinnovandola, la tradizione contadina, dimostrando che è possibile contrastare il declino”.

E nelle Valli del Natisone un’agguerrita imprenditoria femminile si sta imponendo come custode del territorio. Ci hanno pensato le donne della Benecija (nome sloveno delle Valli) a creare una rete di piccole aziende per diffondere le tradizioni.

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Casa tipica carnica con scala esterna in legno