Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

Fuori e dentro da Pasiano in Ecuador

Antonio Manfroi
Fuori e dentro da Pasiano in Ecuador

Foto di Marisa Dal Bon

Se n’è  andato nel Mondo Gian Paolo Del Bon lasciando Pasiano verso la metà degli anni ’70. Una sorta di esplorazione professionale, culturale ed umana che lo ha  portato in Canada, Stati Uniti, America Latina, Inghilterra, Bahamas, Argentina, Perù, Equador. Fino a fermarsi  a Vilcabamba in Equador appunto. Dove  ha messo radici, mettendo a frutto dopo tanti anni di dentro e fuori da culture e Paesi diversi, una  sintesi originale e condivisa delle sue doti professionali ed espressive, maturate durante la sua vita all’estero. Doti originali, che culminano giocose in una grande  festa alla quale partecipano i cittadini di Vilcamba, ma non solo. E dove  le pizze si mangiano su foglie di banano.

Il pasianese di cui parliamo è Gian Paolo Dal Bon, nato nel 1957, quarto degli otto figli di Ennio e Santina, agricoltori nella frazione di Villaraccolta di Pasiano di Pordenone.

Verso la metà degli anni ’70, Gian Paolo si trasferisce a Londra per frequentare un corso per la lavorazione del cuoio finalizzato alla realizzazione di scarpe artigianali. Segue anche corsi di yoga e di meditazione. Si mantiene facendo il pizzaiolo. Le opportunità che offre la capitale britannica gli permettono di lavorare sei mesi all’anno e di dedicare gli altri sei per soddisfare anche un’altra sua passione: i viaggi.

Gian Paolo ha la stoffa del globetrotter. Va in Canada, da furgoncini che fungono da taxi a costi più che convenienti. La gente vive di turismo, agricoltura e di piccole attività artigianali e commerciali. La vicinanza con l’equatore favorisce la coltivazione della canna da zucchero, delle banane, del cacao e del caffè. Gian Paolo si innamora del posto e decide di piantarvi le tende.

Con l’aiuto di artigiani locali, si costruisce due case. Una sulla costa della montagna, raggiungibile attraverso un’erta scalinata che stroncherebbe il fiato ad uno sherpa tibetano, l’altra, più in basso, nell’immediata periferia del centro abitato. Si tratta di alloggi modesti, in linea con gli standard abitativi del luogo, che non richiedono né lusso né impianti di riscaldamento né costosi apparati di sicurezza.

Gian Paolo parla correntemente l’inglese e lo spagnolo. Ciò, unito alla sua abilità artistica e manuale, lo agevola nell’avvio di una attività di lavorazione artigianale del cuoio. Confeziona borse, scarpe, sandali, cappelli, mocassini e altri articoli in stile Native American che riesce a vendere con buoni risultati. Allaccia così rapporti di lavoro, di amicizia e di buon vicinato con molte persone integrandosi ben presto nella comunità locale.

Nel 2005 sono andato in Ecuador a fargli visita insieme con mia moglie Marisa e mio suocero Ennio, rispettivamente sorella e papà di Gian Paolo. Per un mese, condividemmo la sua quotidianità.

Fu un bel soggiorno. Sarebbero meritevoli di essere raccontati tutti i luoghi visitati e le persone conosciute. Tuttavia un’esperienza in particolare si è fissata nella nostra memoria per la sua singolarità e per il gran numero di persone coinvolte, compresi noi stessi. Ogni anno, da quando si trova in Ecuador, Gian Paolo dà una festa a casa sua e offre la pizza, che lui stesso prepara, a tutti gli abitanti del suo barrio (quartiere). In realtà vi partecipano molte più persone: amici che abitano altrove e stranieri che hanno scelto di vivere a Vilcabamba. L’evento, fatte le dovute differenze, si può paragonare alla vicenda narrata nel film La cena di Babette. I preparativi durano qualche giorno. Gli inviti sono fatti con il passaparola. Il giorno della festa la gente comincia ad arrivare verso metà pomeriggio. Molte persone, e fra queste tanti bambini, scendono dalle case situate sulle alture circostanti sobbarcandosi una bella camminata. Le bevande (birra, vino, bibite, acqua) vengono messe al fresco in un vicino corso d’acqua. In poco tempo i dintorni della casa si popolano di gente come si fosse ad una sagra paesana.

Fanno da sfondo musicale gli immancabili motivi ecuadoriani declinati nelle loro diverse versioni. Si formano capannelli, si chiacchiera, si mangia, si beve, soprattutto si balla. Per assicurare un servizio rapido ed efficiente Gian Paolo ha acquistato un forno elettrico

multipiano dal quale sforna pizze per tutti i gusti, a getto continuo. La pizza viene servita, come si usa da queste parti, su foglie di banano. I bambini si dispongono in fila e vengono serviti da un adulto.

Anch’io ho collaborato a questo incarico. Sono tutti vestiti a festa, ma si nota che fra loro ce ne sono alcuni che indossano abiti vistosamente riadattati. Una ragazzina, con il moccio al naso, che si era presentata alla consegna più volte senza rispettare il suo turno, all’ennesimo giro si sentì in dovere di giustificarsi. Mentre gli porgevo la pizza mi disse: «Esta no es para mi, es para mi mamá».

Il via vai degli ospiti è stato incessante pertutto il pomeriggio e la sera. Quando gli ultimi se ne sono andati era già tarda notte.

L’indomani mi sono recato sulla piazza del paese per una passeggiata. Mi sono sentito chiamareper nome. Volgendo lo sguardo dalla parte da cui era venuta la voce ho visto, nel gruppo di scolare che stavano attraversando la strada, la bambina con il moccio al naso. Sfoderando un sorriso radioso mi salutava agitando la mano. Ho ricambiato il saluto allo stesso modo.

Le condizioni sociali in cui versa l’infanzia in Ecuador non sono fra le migliori del mondo. Si stima che una parte non piccola di bambini e adolescenti sia costretta a lavorare per le strade o a chiedere l’elemosina. Probabilmente Vilcabamba rappresenta un’isola tutto sommato felice ma, come ho potuto vedere, anche qui non mancano segni di povertà.