Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

Dentro l’amore, fuori dalle convenzioni

Federica Gasparet
Dentro l’amore, fuori dalle convenzioni

Incontro Jili Yao alla stazione di Trieste, la sua risata cristallina me la rende immediatamente simpatica. Passeggiando lungo Le Rive, scherziamo del fatto che a Trieste 刮大风 guā dà fēng, soffia sempre un’incredibile bora, anche nelle giornate più limpide ed assolate. Mi propone di andare a bere il caffè da Eataly, specificando come vi sia una bellissima vista sul mare e un’atmosfera che lei sente molto shanghaiese.

Davanti ad un brownie al cioccolato e ad un cappuccino inizia la nostra chiacchierata.

Jili, vuoi parlami un po’ delle tue origini?

Mi chiamo Jili Yao, ho 33 anni e vengo da Shanghai. Provengo da una famiglia della media borghesia, i miei genitori lavorano in banca e sono figlia unica. Dopo il liceo, all’università ho studiato turismo e in seguito ho lavorato per due anni in questo settore fino al mio trasferimento in Italia nel 2015. Shanghai è una città molto internazionale, ci sono quartieri francesi e inglesi, per me era normale avere a che fare con gli stranieri e ho sempre sentito il desiderio di conoscere queste culture.

Essendo cresciuta in un contesto di questo tipo, quale era il tuo sogno da bambina?

Vivendo in una famiglia in cui si parlava spesso di affari, da piccola sognavo di diventare una business woman. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso la Cina ha conosciuto un vero e proprio boom economico, quando io frequentavo le elementari aprivano moltissimi centri commerciali. Ricordo la nascita del quartiere di Pudong nel 1990 e la costruzione della prima linea della metropolitana nel 1995. Vivevo tutto questo con grande eccitazione, il mio sogno era di possedere un ipermercato. Da adolescente vedevo un programma alla tv, si intitolava 波士秀 Bō shì xiù Lo show del boss, in cui il capo di un’azienda raccontava la sua vita e io sognavo di poter un giorno raccontare la mia storia di successo, seduta sulla poltrona rossa dello show.

benedetta e Jili. foto di Jili Yao

Quando hai conosciuto tua moglie Benedetta?

L’ho conosciuta nel 2013 in un locale di Shanghai, ad un aperitivo con un’amica comune. All’epoca avevo 23 anni, Benedetta 28. Era venuta in Cina per un viaggio di piacere e in internet aveva conosciuto proprio la mia vicina di casa. Per una sorta di coincidenza, poco tempo prima, avevo acquistato dei biglietti aerei per la Francia. Il suo soggiorno a Shanghai è durato tre settimane, durante le quali ci siamo frequentate. L’ultimo giorno, prima che rientrasse in Italia, le ho regalato un dizionario che ho diviso a metà, per lei la parte dal cinese all’italiano e per me quella dall’italiano al cinese, dicendole “In questo modo potremo capirci meglio”.  Benedetta è tornata varie volte in Cina, io avrei voluto che rimanesse a vivere nella mia città, ma non è stato possibile, da una parte perché non possedeva dei requisiti lavorativi tali da trovare un impiego stabile a Shanghai e dall’altra perché non amava i ritmi frenetici della mia città, preferendo quelli più tranquilli di Trieste.

Qual è stata la reazione dei tuoi genitori quando hai deciso di lasciare la Cina per venire a vivere in Italia?

Diversamente da altre ragazze cinesi, io non ho mai preso delle decisioni per accontentare i genitori, ma ho sempre seguito il mio cuore.

I miei avevano già conosciuto Benedetta in Cina. Ci siamo sposate nel 2016, ma solo nel 2020 ho fatto outing, con la nascita di Valentino, nostro figlio, perché volevo che loro sapessero di avere un nipote.

A proposito di questo, puoi spiegare com’è percepita l’omosessualità in Cina?

In Cina l’omosessualità è tollerata, ma le famiglie continuano a spingere affinché i figli si sposino e abbiano un figlio a qualunque costo. A Shanghai, nella famosa 人民广 Rénmín guǎngchǎng, Piazza del Popolo, molti genitori espongono degli annunci con tanto di foto e curriculum dei figli con l’obiettivo di trovare loro l’anima gemella. È evidente che con queste premesse è difficile accettare l’omosessualità. In Cina, inoltre, non esistono ancora le unioni civili come in Italia.

Per i genitori cinesi è importante non “perdere la faccia”, per questo i miei preferiscono raccontare a parenti e amici che la figlia ha dato loro un nipote, senza rivelare con chi vive. Per un lungo periodo questa loro presa di posizione è stata motivo di sofferenza sia per me che per mia moglie. Ora che sanno di avere un nipote sono felici, vorrebbero conoscerlo; io cerco di comprendere le loro difficoltà e sono fiduciosa che con il tempo accetteranno la nostra unione.

Delicatezza ed eleganza nella cultura cinese

Cosa pensi dei 形婚 Xíng hūn,¹ i matrimoni formali, quei matrimoni celebrati per convenienza in Cina, in cui giovani omosessuali si sposano per placare l’ossessione tradizionalista delle famiglie?

Penso che sia una pratica basata sulla menzogna e che sia molto stancante da sostenere nel tempo, soprattutto se sopraggiunge un figlio. Se noi due fossimo rimaste a vivere a Shanghai, non ne avrei mai fatto ricorso.

Quando si arriva in un Paese, c’è una prima fase di adattamento, da una parte c’è la curiosità verso tutto ciò che è nuovo, dall’altra c’è la nostalgia per la propria patria.

Tu come hai vissuto questa situazione e in seguito come sei cambiata nelle tue abitudini, nel tuo modo di pensare, nei tuoi comportamenti?

Mi sono stabilita a Trieste nel 2015, ma prima avevo già visitato vari paesi in Europa e mi ero fatta un’idea di come si vive qui. Non è stato così traumatico per me, come ho già detto Shanghai è una città internazionale ed ero abituata a relazionarmi con gli Europei. Piuttosto sento una certa nostalgia del dinamismo della mia città, adoravo quel suo caos costruttivo che non trovo a Trieste, qui i ritmi di vita sono davvero lenti.

Per quanto riguarda i miei cambiamenti posso dire che interiormente mi sento ancora profondamente cinese, anche se apprezzo alcuni atteggiamenti degli italiani. I cinesi hanno l’abitudine di criticare subito una situazione, per es. dicono “qui c’è troppa gente, ma il cibo è buono”, mentre gli italiani dicono il contrario “qui il cibo è buono, anche se c’è troppa gente “. Questo atteggiamento mentale mi piace molto, così come amo la gentilezza degli italiani nelle relazioni fra persone.

Cos’è per te la qualità della vita?

Questa è una bella domanda. A 20 anni pensavo a fare carriera e a viaggiare ed ero felice della qualità della mia vita. Adesso mi trovo in un’altra fase, in cui da una parte non potrei più permettermi quel tenore di vita, dall’altra sento che la priorità è far crescere bene nostro figlio, in un ambiente sereno e non competitivo. In Cina i genitori abbienti iscrivono i loro bimbi ai corsi di inglese, di musica e molto altro, stressandoli con aspettative di ogni genere; mi capita di trovare questo tipo di pressione anche qui, fra alcune mamme cinesi che conosco. Io non mi sento affatto una “mamma tigre”, non voglio esagerare con una disciplina e un’attenzione eccessiva sulle performance del bimbo, anche se vorrei imparasse ad affrontare con impegno le difficoltà della vita.

Tu sei una delle fondatrici dell’associazione “Ni Hao Panda”, la quale promuove l’insegnamento della lingua e della cultura cinese. Quanto è importante per te far conoscere la Cina in modo autentico, oltre i pregiudizi?

È sicuramente fondamentale. Mi rendo conto che la maggior parte delle persone è ancora legata ad un’idea arcaica di una Cina comunista di 40 anni fa che ormai non esiste più, mentre il mio paese ha attraversato vari cambiamenti culturali, economici e sociali che voglio far conoscere. Nei nostri corsi inoltre diffondiamo anche la cultura cinese, in particolare cerchiamo di far conoscere quella che noi chiamiamo 华美学 Zhōnghuá měixué, l’estetica cinese, che è fatta di una particolare delicatezza delle decorazioni e dei rituali e che è molto diversa dal modo di intendere la bellezza in Occidente.

Se è vero che molti italiani pensano ancora alla Cina come un grande blocco monolitico, è agli occhi di tutti come l’attuale presidente cinese Xi Jinping spinga molto sul nazionalismo cinese per tenere unite “le tante cine” che comunque esistono.

Per una cinese come te che ha lasciato momentaneamente il suo paese, quanto conta la propria identità?

Conta moltissimo. Noi cinesi siamo molto nazionalisti, ma nello stesso tempo siamo consapevoli dele nostre origini. Io mi sento profondamente Shanghaiese, in alcune caratteristiche quali il rispetto per gli altri, la delicatezza nelle relazioni e l’eleganza sia interiore che esteriore, fin dalle piccole cose. Da noi si dice 小而美 Xiǎo ér měi, “piccolo ma bello”. Questa mia identità me la porto dentro anche da cinese che risiede all’estero e che vorrebbe ritornare prima o poi.

A proposito di pregiudizi, vorrei rispondere a una domanda che molti ci fanno: “dove finiscono i cinesi quando muoiono?” con questo detto 落叶归根 Luòyè guī gēn, che letteralmente significa “le foglie quando cadono ritornano alla radice”.  Dovunque ci troviamo nel mondo, una volta terminata la nostra vita, noi cinesi siamo desiderosi di tornare a casa e di far seppellire le nostre ceneri nella terra in cui siamo nati.

Come trovi un punto d’equilibrio tra la tua interiorità e la tua esteriorità.

Lo trovo nella serenità delle scelte che ho fatto. C’è una frase del premio nobel Romain Rolland che sento molto mia e che dice “vi è un solo eroismo al mondo, vederlo com’è e amarlo”.