Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

Le figure del tempo

Sandro Pittini
Le figure del tempo

“Spazio e tempo rappresentano

le forme necessarie della nostra

istruzione sensibile”

Friederich Durrenmatt, 1979

Allargando lo sguardo si intende ora verificare il ruolo creativo del fattore temporale o “fattore T”.

Esistono diversi tempi all’interno del fatto artistico e l’agente, colui che opera con immaginazione creativa – quale che sia lo strumento disciplinare utilizzato – ne è inevitabilmente consapevole. In ogni sua opera si assiste ad una oggettivazione concreta del fattore temporale.

Il tempo non esiste, è un’invenzione dell’essere umano che, per poterlo percepire, lo ha misurato. Ha fissato un punto su una linea retta che tende all’infinito. Soltanto misurando un suo segmento è possibile intuirlo. Se voi chiedete ad un ragazzo che cosa siano per lui 50 anni, non è in grado di  definirli, mentre se lo chiedete a un anziano, questi ne ha completa coscienza. Il tempo quindi è un fatto esperienziale.(6)

La stessa cosa si verifica se chiedete ad una persona quanto distano 50 metri. Non lo sa definire, mentre se gli dite che 50 metri è la lunghezza del condominio dove abita allora tutto si chiarisce e si risolve e lo può misurare con i passi ogni volta che esce di casa. Anche lo spazio, quindi, è esperienza.

Noi siamo immersi nella dimensione spazio-temporale senza averne  piena coscienza, un’inconsapevole e collettiva “istruzione sensibile”.

In natura esiste solo un tipo di Tempo: il Tempo ciclico, l’eterno ritorno, le stagioni che si rincorrono, il giorno che segue alla notte, la morte alla vita, e così via. La figura che lo rappresenta è una sinusoide proiettata all’infinito.

Come si è detto in precedenza, esiste un Tempo esterno e un Tempo interno, vale a dire uno quantitativo e uno qualitativo, un Tempo cronologico e uno storico.(7)

Talvolta ne percepiamo l’essenza attraverso l’agire dell’artista che “fotografa”, come in un’istantanea, le figure nascoste di questa “danza delle cose nel Tempo”.

Foto 5 Frammento di capitello tardo antico. Porto di Classe. 2008 Foto di Sandro Pittini

Nella disciplina dell’architettura  possiamo efficacemente individuare tre tipi di figure archetipiche o paradigmatiche:

il Tempo come palinsesto, come stratificazione

il Tempo come sequenza, come narrazione

il Tempo come durata, come sfida, tra caducità
e «perpetuità».

In questo contributo si dà maggiore credito alla prima figura archetipica individuata nel palinsesto, in quanto è quella che ha maggiori e più forti attinenze comuni  tra le varie discipline artistiche.

“… I frammenti antichi sono storie parzialmente cancellate,  o residui di storia casualmente sfuggiti al naufragio del tempo …”, cosi affermava Francis Bacon  in  «De dignitate et augmendis scientiarum», del 1623.

La casualità di tale naufragio produce resti orfani, privati della loro totalità materna, non più intuibile. L’agire dell’artista consiste, per l’appunto, nel ridare senso a questi resti che riprendono vita nella loro nuova configurazione, senza perdere il proprio carattere di frammento. 

Victor Hugo in «Notre Dame de Paris» (1904) afferma che la storia è “… lo strato che formano i secoli, il residuo delle evaporazioni successive della società umana, in una parola, una specie di formazione geologica …”.

Renzo-Marzona-Blu-2016.-Olio-su-vecchie-tavole-31x31-cm-Foto-di-Sandro-Pittini-

Lavorare strato su strato, velando e sovrapponendo materia su materia, è atto creativo analogo all’agire del tempo, per ‘evaporazioni successive’. Lo strato precedente informa e influisce sul seguente, non ne cancella la presenza, ma ne modifica la consistenza, entrando in risonanza e producendo qualche cosa di nuovo ed inaspettato.

Foto 6 Renzo Marzona, Blu, 2016. Olio su vecchie tavole, 31×31 cm. Foto di Sandro Pittini

Esiste un ulteriore atteggiamento, che consiste nel negare l’interferenza del tempo. L’agire è finalizzato alla produzione di opere senza tempo, o meglio di un tempo sospeso. Si pensi, ad esempio, alla ricerca e al lavoro dell’architetto Aldo Rossi (1931 – 1997) nella seconda metà del Novecento, in stretta sintonia con quanto indagato alcuni anni prima da Giorgio De Chirico (1888 – 1978).

Allargando lo sguardo si può affermare che esiste anche un tempo dell’opera d’arte, il tempo necessario per la sua produzione. E’ un segmento che può assumere dimensioni diverse: un tempo breve oppure lunghissimo, come ad esempio nel caso di opere mai portate a compimento.

Michelangelo Buonarroti (1475-1564),
Pietà Rondanini, 1552-1553, rilavorata dal 1555 circa al 1564.
Milano, Museo del Castello Sforzesco, Ospedale Spagnolo.
Dettaglio. Foto di Sandro Pittini

Si pensi alla Pietà Rondanini di Michelangelo iniziata nel 1552, nella sua prima versione, successivamente rielaborata dal 1555 al 1564, e mai terminata, opera recentemente riallestita all’interno del Castello Sforzesco a Milano (2015).

Il “non finito” può assumere talvolta un valore estetico estremamente importante diventando esso stesso motivo di sviluppi interessanti in altri contesti e/o in altri tempi.

L’opera, una volta terminata, affronta in modo solitario l’azione inesorabile del tempo, che lentamente  ne altera l’aspetto e la consistenza mettendo a dura prova la sua capacità di durata. (8)

(6) Kant scrive “Il tempo non è qualche cosa che esiste per sé stesso, ma è la condizione soggettiva sotto la quale tutte le percezioni possono verificarsi” o, come afferma Agostino, “è un prodotto dell’attività del soggetto”.  Su questi temi si veda Vittorio Gregotti, Tempo e progetto, Skira Editore, Milano, 2020, pag. 9.  Nella stessa pubblicazione si rimanda all’esauriente bibliografia riportata alle pagine 92–94.

(7) Sulle definizioni di tempo esterno e tempo interno si fa riferimento di nuovo (vedi nota 2) al saggio di Ilya Prigogine, La nascita del tempo, Theoria, Roma, 1988, in cui si chiarisce, esemplificando, che il primo è l’età anagrafica di una persona, il secondo è quanti anni essa dimostra.

(8) “Dal giorno in cui una statua è terminata, comincia, in un certo senso, la sua vita. Superata la prima fase, che, per l’opera dello scultore, l’ha condotta dal blocco alla forma umana; ora una seconda fase, nel corso dei secoli, attraverso un alternarsi di adorazione, di ammirazione, di amore, di spregio o di indifferenza, per gradi successivi di erosione e di usura, la ricondurrà a poco a poco allo stato di minerale informe a cui l’aveva sottratta lo scultore.” M. Yourcenar, Il Tempo, grande scultore, Einaudi editore, 2005