Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

Aspettando il futuro

Giuseppe Ragogna
Aspettando il futuro

testo e foto di Giuseppe Ragogna

Non giocano, non se lo possono permettere. Lavorano. I ragazzini possono penetrare agevolmente nei pertugi tra i cumuli delle immondizie. Sono utili ai bilanci familiari. Alejandro, Agustin, Crecencio, Faustino sono tutti cresciuti in fretta, figli della grande discarica di Chimalhuacàn, nelle periferie di Città del Messico.

Condividono le stesse storie di miseria. Eppure sorridono alla ruvidezza di vite tormentate, sono giovani pieni di futuro. Allungano le mani sudice per afferrare la bottiglietta di acqua da una borsa di tela sbrindellata. Si devono dissetare, fa caldo. È una delle poche pause che sono concesse durante la lunga giornata. Hanno solo il “privilegio” di poter rovistare tra la spazzatura più leggera, meno sporca, in cerca di giocattoli, cartoni, plastica e cianfrusaglie varie. Gli adulti, uomini e donne, hanno il compito di contendersi gli scarti più pesanti della società del benessere: elettrodomestici fuori uso, pneumatici, carcasse di motorini, ferrovecchio, pezzi sgangherati di arredamenti in legno, stracci. Tutti insieme vagano alla ricerca di qualsiasi tipo di materiale da vendere, o da barattare. Quando va bene, c’è da raccogliere anche il cibo in scatola eliminato dai supermercati della zona.

Nulla si butta via nei luoghi della povertà, perché ogni cosa può servire al mercato della sopravvivenza.

I pepenadores, così sono chiamati coloro che frequentano gli immondezzai, fanno a gara a chi arriva prima per occupare i posti migliori. Giungono all’alba dalle favelas per essere pronti a dare il benvenuto ai camion carichi di rifiuti. Quanto garantisce una giornata di lavoro nella discarica di Chimalhuacàn? Un pepenadores può mettere assieme tra i 150 e i 200 pesos messicani, che corrispondono a una decina di dollari, però quando si sacrifica dall’alba al tramonto, sopportando miasmi nauseabondi, senza l’uso di mascherine né di guanti. In giro per il mondo va anche peggio. Molto peggio. Per esempio, nelle discariche africane, ai margini delle grandi città urbanisticamente disordinate, dove gli scarti sono ancora più miseri. Là ci si deve accontentare di 2/3 dollari al giorno. Neanche le periferie sono tutte eguali, perché ce ne sono sempre di più povere.

Si può chiamare vita quella consumata a rovistare tra i rifiuti di un immondezzaio? Ero a Texcoco, un’importante città a ridosso di Città del Messico, per un periodo di volontariato nel Centro missionario della Comunità di Villaregia. Tra i compiti, c’era quello di portare degli aiuti alimentari nei luoghi di maggior disagio e sofferenza. Il giorno della visita alla discarica avevo accanto Marisol, una religiosa della struttura di Texcoco. Le missionarie sono delle abili tessitrici di rapporti umani nei posti più delicati. Mi ha aiutato lei a entrare in quella sacca di povertà estrema. Era accolta ovunque con simpatia, grazie al suo lavoro costante accanto agli ultimi. Non c’era persona che non le rivolgesse un saluto affettuoso: “Buenos dias”. Senza di lei sarebbe stato impossibile entrare nelle viscere delle periferie, dove sono più evidenti i disastri provocati dalle disuguaglianze sociali, anche in Paesi che non sono poveri. L’economia messicana occupa un posto di tutto rispetto nella classifica mondiale. Eppure, metà della popolazione vive in condizioni di povertà.

La rassegnazione era palpabile a Chimalhuacàn. “Non abbiamo altra scelta” ha farfugliato Maria Guadalupe, che dimostrava molti anni di più dei quaranta dichiarati. D’altra parte, in quelle condizioni, si consumano in anticipo anche gli anni. La donna stava raccogliendo alcuni teli di nylon, strappati e sudici. Sapeva già a chi piazzarli per poche monetine. Si è alzata un attimo, a fatica, per scambiare due parole: “Qui almeno si può trovare qualcosa di più rispetto ad altri posti”.

Ero a Chimalhuacàn poco prima della maledetta pandemia, oggi la situazione è peggiorata. In quel sito lavorano ancora all’incirca un centinaio di persone.

La montagna di rifiuti è considerata una fabbrica che dà da vivere. Guai se non ci fosse: i pepenadores la difendono con tutte le loro forze. C’era stata un’insurrezione popolare quando si sparse la voce della chiusura per motivi di tutela ambientale. Il dietrofront delle autorità fu una conquista. Al ricordo dell’episodio, si è alzato il mugugno di Juan Carlos, che sembrava essere il leader del gruppo: “Che cosa pensavano di fare? Cacciarci come cani? Qui c’è la nostra vita, non ci arrenderemo mai”. Tutti i giorni le stesse scene di sopravvivenza. In quell’immondezzaio, che si era rapidamente allargato in una larga conca circondata dalle alture, non c’è festa che tenga: i rifiuti vengono scaricati a ciclo continuo. Non ci sono regole di sicurezza.

Juan Carlos continuava nel suo ritornello: “A che cosa servirebbero? Noi per le autorità non esistiamo”. Con l’aggiunta di un’altra preoccupazione: “Qui potrebbe sprofondare tutto da un momento all’altro, inghiottendoci”. In effetti, si percepiva il pericolo a ogni passaggio dei mezzi pesanti. Gli strati di rifiuti erano instabili: in cima alla montagna si ballava. Era arrivata fin là la notizia della strage alla periferia di Maputo, in Mozambico, dove a causa di uno smottamento improvviso, una ventina di persone aveva perso la vita sotto una valanga di immondizie.

Anche in quel luogo la discarica avrebbe dovuto essere chiusa per motivi di sicurezza, com’era stracolma e pericolante.

A Chimalhuacàn nessuno aveva voglia di parlare di quelle disgrazie, talvolta l’indifferenza è una difesa. Juan Carlos si era limitato a scuotere la testa, lasciandosi andare alla ripetura cantilena: “Dobbiamo pur vivere! Non abbiamo altra scelta”. E in prospettiva? Qualche sussurro: “Tutto andrà avanti così fino a quando lo permetteranno le mafie locali. C’è fame di aree edificabili, che rendono di più. Ogni spazio fa gola, quindi le convenienze potrebbero cambiare”. Intanto, la lotta dei pepenadores continua contro il tempo per raccogliere più roba possibile. C’è una speranza tra tanta rassegnazione: quella di non ammalarsi, perché loro non hanno i soldi per le cure. La sanità è negata agli invisibili.

Nessun lamento, solo rassegnazione, che è la resilienza dei poveri: sopravvivere.