Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

L’arte fluida di Janet Bellotto

Mario Giannatiempo
L’arte fluida di Janet Bellotto

Con un finissage molto felice si è chiusa all’inizio di luglio, al centro Culturale Aldo Moro di Cordenons, la mostra d’arte Risorgive: Vista della torre dall’Oceano, che l’associazione Media naonis aveva dedicato all’artista Janet Bellotto già dall’8 marzo del 2021. Finalmente dopo diversi rinvii,  dopo un vernissage svolto tutto sul web e una sosta durata mesi per la pandemia del Covid, l’artista canadese, intervenuta di persona, ha potuto ammirare da vicino l’allestimento delle sue opere. L’iniziativa era nata come omaggio a Janet, donna e artista, la cui famiglia aveva origini proprio nella terra di Cordenons. Nelle intenzioni degli organizzatori doveva essere l’occasione per vedere da vicino un emergente protagonismo femminile nell’arte e,  pur con tutte le difficoltà incontrate nel tempo, (compresa la stessa scomparsa di Phlippe Daverio che aveva garantito un suo intervento critico all’inaugurazione), la conclusione dell’iniziativa ha confermato in questo campo un crescente ruolo femminile, testimoniato sia in primo luogo dall’artista Janet Bellotto, sia da Ami Cappellazzo (esperta internazionale del mercato dell’arte), intervenuta in diretta Web da Parigi e sia infine da Sara Sist, titolare di una galleria d’arte a Venezia, presente come operatrice del settore. Tre donne con radici nel comune di Cordenons, che hanno dialogato in italiano e inglese, raccontando di sé e delle diverse esperienze maturate in una dimensione globale ove la donna si confronta con il mondo maschile senza timori con la consapevolezza di innegabili capacità individuali. Hanno raccontato di partenze e ritorni,  talvolta alla ricerca del successo talvolta delle radici, inseguendo  i ricordi di padri e nonni. Tre donne di successo, pienamente inserite nel terzo millennio, eppure capaci di guardare indetro, sentire il passato come una risorsa,  e dialogare con la tradizione.

Questo il senso anche della proposta artistica di Janet, articolata su simboli, rimandi a memorie familiari e  suggestioni mitiche. Così, i  moderni linguaggi dell’arte hanno raccontato attraverso immagini e metafore  drammi personali e collettivi, storie di sempre che si ripetono nel silenzio generale.  In una combinazione dinamica di video, foto, disegni e installazioni, passato e presente, mito e realtà,  hanno avuto un inaspettatto protagonismo in questa esposizione, dialogando con grande intensità attraverso opposizioni solo apparenti, dualismi  puramenti formali che  ogni volta tornavano a ricomporsi. Tutta la mostra è stata un racconto dell’acqua, acqua che divide e unisce, acqua che salva e distrugge, che accarezza e scuote, che culla i nostri sogni e terrorizza i nostri animi. Ma la narrazione non ha usato le parole, ha preferito suggerire per immagini, fare leva su emozioni che poco per volta hanno saputo riconoscere un messaggio diventato fin troppo chiaro: siamo fragili creature avviate nel viaggio della vita senza certezze, senza indicazioni,  ma ogni scoperta, ogni conquista, piccola e grande che sia, ci rende eroici, come Ulisse, come Teseo.

Dunque la metafora del viaggio accompagna con insistenza il visitatore, ora in modo silente ora come grido di allarme, di aiuto, di incoraggiamento. La prima opera che apre il racconto dell’artista canadese è Fatal Iasland, una foto di cinque metri che subito cattura lo sguardo e lo  spinge a seguire una striscia di terra senza vita, una natura ostile che ha visto naufragare decine di navi in passato. Due figure umane in lontananza sembrano confermare i limiti dell’uomo, ma testimoniano anche la tenace resistenza della vita, presente con ostinazione anche dove la natura la respinge. In apparente opposizione, di fronte, un video Slow Decline, materializza quel mondo dell’acqua che la foto lasciava solo immaginare. Un muro azzurro, trasparente, vivo e pulsante che gioca con ogni forma di vita, compresa una figura femminile, completamente vestita, con un look da ufficio, che sale e scende con dolcezza, con movimenti calmi e ipnotici. La donna sembra a suo agio in un elemento che rimanda a quel liquido amniotico in cui respiravamo senza paura. Talora il video esce dall’acqua mostrando pochi fotogrammi della superficie in cui compaiono il porto, le case e capannoni, poi quasi fuggendo da questa fastidiosa visione torna nella calma dell’azzurro marino. 

Molteplici suggestioni si combinano tra loro senza sosta: l’acqua come vita, il rifiuto di una arida e  ripetitiva quotidianità, il desiderio di evadere nel sogno. Ma c’è sempre un aspetto da non trascurare: anche nell’acqua si nasconde il pericolo, la negazione della vita e, molto in basso, sul fondo, si intravedono appena forme metalliche insabbiate, inquietanti reperti da cui lo sguardo corre subito via.  Accanto, un altro video, Graveyard of the Atlantic, trasforma l’acqua in solido ghiaccio, le figure umane tornano a sembrare formiche: le vediamo come  da un oblò, si muovono a fatica,  e, per un effetto ottico voluto, sembrano arrancare intorno ad un cerchio che ricorda la terra vista dallo spazio. Ritorna con forza il mito del viaggio, della scoperta, che in ogni tempo e per ragioni nobili e meno nobili spinge l’uomo ad affrontare pericoli superiori alle sue forze. E l’apparente inadeguatezza umana sembra confermata e ribadita da Lifesaving, la riproduzione di una scialuppa di salvataggio, o da This will float, il disegno della lingua di terra diventata nel tempo il cimitero di navi passeggere e mercantili. Non ci sono croci a segnare le tombe, ma i nomi di tutte le navi affondate e le date di naufragio circondano la costa come una  malinconica corona. Altre due foto parlano di acqua di mare, Staying Afloat 1 e 2, l’una invita ad entrare, l’altra ad uscire da un elemento che minaccia tempesta. Poi l’inquietudine si ricompone nell’acqua delle Risorgive, acqua di casa, che non fa paura, acqua trasparente, acqua e niente, acqua ritornerà acqua corrente come recita una canzone di Loredana Bertè.

Where You Left Me 2005, 150 x 200 cm