Articolo presente in

Una lettura etnopsicologica della denatalità italiana

di Noemi Galleani

“Voi italiani non fate figli fino a quando non siete certi di avere le possibilità economiche per mantenerli sino all’Università!!”.

Questa frase, pronunciata da un mio paziente senegalese, racchiude quello che potrebbe sembrare un paradosso antropologico. Svela l’iper-investimento narcisistico della genitorialità occidentale ed è, contemporaneamente, uno specchio spietato della società italiana, affetta da cronica sterilità, non solo strutturale.

I dati sulla natalità descrivono un Paese che crolla sotto il peso dell’inverno demografico. Per comprendere questa crisi non bastano le statistiche economiche: occorre interrogare il significato profondo, mitico e comunitario che le diverse culture attribuiscono all’atto di mettere al mondo una nuova vita.

Nel lavoro etnoclinico si apprende come il “mandato generativo” vari a seconda del contesto di appartenenza. Con pazienti di cultura islamica, per esempio, emerge una visione della nascita legata alla dimensione dell’affidarsi.

Più di una donna, di fronte alle domande sulla pianificazione familiare, mi ha risposto: “i figli non si programmano, i figli arrivano” oppure “i figli è Dio che li manda”. In questa prospettiva il concepimento non è l’esito di un calcolo economico. È un atto di Rizq (provvidenza divina), un dono che porta con sé la propria sussistenza, con la profonda convinzione che ogni anima rechi in sé le risorse per sopravvivere e che l’essere umano non debba sostituirsi al sacro nel controllo del fu

immagine A.I. pubblico dominio

L’ansia del domani viene contenuta da una struttura transpersonale: il genitore è un custode, non il costruttore assoluto del destino di un figlio.

In modo analogo, in molte culture tradizionali africane, asiatiche o sudamericane, il figlio non è un “progetto privato” della coppia. È un dono degli antenati e una benedizione per l’intera comunità.

Generare significa iscriversi nel flusso del tempo, onorare il debito verso chi è venuto prima a garantire la continuità della stirpe. La logica economica è invertita rispetto a quella occidentale: i figli sono una risorsa presente e futura, braccia per il lavoro e cura per la vecchiaia.

Si fa un figlio con la comunità e per la comunità, certi che il “villaggio” saprà assorbire e sostenere la nuova vita.

Nel contesto italiano assistiamo, invece, a una privatizzazione e a una radicale psicologizzazione della nascita. Il figlio è diventato il culmine di una traiettoria di autorealizzazione personale, un oggetto del desiderio che deve nascere in condizioni perfette e prive di rischi.

Il potenziale genitore avverte l’obbligo psichico di dover garantire al nascituro un destino privo di fratture sociali, un percorso il più possibile lineare che va dall’asilo nido fino alla facoltà universitaria.

Questo iper-investimento trasforma il figlio in un “bene di lusso” emotivo ed economico. L’incertezza sul futuro non è tollerata: se non si può controllare matematicamente ogni variabile dei primi vent’anni, l’atto generativo viene percepito come irresponsabile.

La scelta generativa viene così procrastinata a tempo indeterminato. Il principio di precauzione e l’ansia da prestazione sociale si sostituiscono allo slancio vitale.

Tuttavia, questa illusione di poter controllare tutto, produce un secondo, drammatico risvolto clinico. Mai come in questo periodo storico accolgo la sofferenza di pazienti italiane disperate perché non riescono ad avere figli.

Coppie che, dopo aver speso anni a inseguire una stabilità economica o a posticipare la nascita, in attesa del momento perfetto, si scontrano brutalmente con il limite del tempo biologico.

Si apre così la stagione logorante dei percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) e della FIVET.

Da una prospettiva etnopsicologica assistiamo a un cortocircuito: il controllo razionale che prima bloccava la nascita, si trasforma in un controllo tecnico ed esasperato sul corpo. La camera da letto viene sostituita dal laboratorio.

foto di Tiziana Del Bianco

Quello che nelle culture tradizionali è vissuto come flusso naturale o affidamento a Dio, nella nostra società diventa un’ossessione medicalizzata, vissuta dalle donne con un senso di colpa lacerante e un profondo lutto per la perduta spontaneità.

La disperazione di queste pazienti è il sintomo di una cultura che, prima scoraggia la vita e poi costringe a “fabbricarla” artificialmente, in una corsa contro il tempo che logora la psiche.

Non solo, nella società italiana contemporanea, la nascita di un figlio è diventata una scelta privatizzata, un percorso individualizzato che grava quasi interamente sulla coppia, in particolare sulla madre. Le donne italiane si trovano spesso a vivere la maternità in una condizione di isolamento sociale: lontane dalle famiglie d’origine per motivi di lavoro, prive di una rete di vicinato.

Al contrario, nelle culture tradizionali, la maternità non è mai un percorso solitario. Si ritrova qui il senso profondo del proverbio africano: “per crescere un bambino serve un intero villaggio”. La nascita non è un evento privato, ma un valore comunitario protetto da una fitta rete di solidarietà femminile e familiare.

Nelle comunità islamiche, per esempio, la madre non viene lasciata sola, specialmente nei primi mesi dopo il parto. Esiste una rete allargata, composta da nonne, zie, sorelle e vicine di casa, che si fa carico delle mansioni domestiche e della cura degli altri figli, permettendo alla neomamma di riposare e di dedicarsi esclusivamente al neonato. La responsabilità della crescita è condivisa: il carico emotivo e pratico viene distribuito, riducendo drasticamente l’ansia e l’isolamento che colpiscono le madri occidentali. Questa percezione del figlio come “bene collettivo” e benedizione condivisa rende l’esperienza della genitorialità culturalmente più sostenibile e desiderabile, proteggendola dalle paure dell’esclusione sociale.

La mia esperienza come etnopsicologa.

Nella pratica clinica etnopsicologica con la popolazione migrante, la denatalità italiana non è solo un dato statistico da commentare, ma un riflesso che si scontra quotidianamente con le rappresentazioni culturali dell’alterità. In questo spazio di frontiera clinica, il posizionamento della terapeuta gioca un ruolo cruciale. Nell’incontro con donne e famiglie migranti, l’asimmetria istituzionale della cura, viene spesso ridefinita da un dettaglio biografico: la scoperta, da parte dell’altro, che l’etnopsicologa è a sua volta madre.

Questo svelamento non rappresenta una semplice condivisione aneddotica, ma un vero e proprio atto di legittimazione culturale e terapeutica.

Lo svelamento biografico della maternità della terapeuta introduce un elemento di rottura nella fissità di questo primo incontro.

Nelle cosmologie di molti pazienti migranti, l’autorità clinica non si fonda esclusivamente sui titoli accademici occidentali, ma sulla partecipazione attiva all’ordine generativo del mondo.

Sapere che la tua terapeuta ha vissuto l’esperienza della maternità, trasforma, spesso, la sua figura: da “funzionario della psiche” distaccato ed emanazione di una società percepita come sterile, diventa una donna che conosce il peso e il sacro della trasmissione della vita.

La maternità condivisa agisce così come un ponte transculturale che mitiga l’esilio e permette di negoziare la sofferenza migratoria a partire da un codice comune – quello della cura e della filiazione – restituendo dignità alle competenze genitoriali dei migranti, spesso frammentate dal trauma dello sradicamento.

Si crea così un’alleanza terapeutica: un uso della propria soggettività come strumento per curare le ferite dell’esilio.

Nel contesto della migrazione, la maternità non è solo un dato biologico o personale, ma diventa un potente dispositivo relazionale e un vettore di legittimità culturale. Nelle società tradizionali o non occidentali, lo status di madre conferisce un’autorità sociale e terapeutica che la sola formazione accademica non sempre garantisce. Mostrarsi come madre abbatte le distanze asimmetriche del setting classico, trasformandomi da esperta distaccata a, come accennato prima, donna che condivide l’esperienza importante e universale della filiazione e della cura.

Ma sarebbe un errore pensare che questo svelamento si arresti all’identificazione immaginaria del concetto di “madre”, o che saturi o blocchi il senso dell’incontro. Questo movimento dialettico risignifica progressivamente l’intera relazione, permettendo di approdare al significante finale di terapeuta. Non più un Altro anonimo, burocratico e specchio di una società percepita come sterile, ma un luogo simbolico in cui la sofferenza dell’esilio e la trasmissione della vita possono finalmente essere interrogate e curate.

La maternità diventa così il medium simbolico che traghetta il legame verso un sapere che viene accettato, un sapere che non è solo puramente accademico, ma vitale e generativo. Questa supposizione è la condizione indispensabile perché nasca il transfert e la cura abbia inizio.

foto realizzata con A.I.

L’etnopsicologia ci insegna che la cura del malessere antropologico passa attraverso la riattivazione dei legami comunitari e la ri-significazione dei simboli.

Dobbiamo recuperare una parte di quel sacro “sapersi affidare” espresso dalle mie pazienti musulmane e di quella fiducia ancestrale indicata dal paziente senegalese: la consapevolezza che la vita non si calcola al millesimo, che la genitorialità è anche un salto nel buio che però si protegge assieme e che il futuro non è un’incognita da controllare ossessivamente, ma una costruzione collettiva.

Ascoltare la voce dell’Altro, di chi guarda la nostra crisi da una prospettiva culturale differente, è il primo passo terapeutico per curare la nostra cecità e tornare a scommettere sulla vita.