Blognotes 08
Blognotes 13
numero 13

Il tema del numero è "IL DOPPIO"

Articolo presente in

Dentro la bolla di plexiglas: sindemia, la nuova ricerca di Gaetano De Faveri

Paolo Venti
Dentro la bolla di plexiglas: sindemia, la nuova ricerca di Gaetano De Faveri

“Sindemia” la nuova ricerca di Gaetano De Faveri

Sindemia palesemente è figlia di Pandemia, certamente parente, magari accanto a Epidemia, la sorella minore. A dirla così sembra quasi di evocare antiche genealogie greche, anticaglie dei tempi di Epimeteo, Prometeo, Pandora et similia, ma il legame è portatore di un senso importante. Parenti dunque, sarà bene partire da qui. Etimologicamente parlando, almeno: demos è il popolo e il suo territorio, insomma cosa che ci riguarda da vicino. Che l’epidemia fosse una malattia contagiosa diffusa in un territorio esteso lo sapevamo da secoli: la sorella maggiore è più terribile, invade il mondo e, a parte cure costosissime e vaccini da fare e rifare, pare che l’unica soluzione, non originalissima visto che l’adottavano ai tempi della Bibbia, sia quella di stare a debita distanza. E in questi mesi, anni ormai, abbiamo imparato cosa vuol dire: vuol dire un metro di distanza, vuol dire non darsi la mano, non abbracciarsi, guai scambiarsi oggetti, vuol dire mascherine, baci proibiti, plexiglas e vetri antivirus ovunque. In questa parcellizzazione forzata, in questa reductio ad individuum suona strana e va spiegata la scelta di Gaetano De Faveri di intitolare “Sindemia” la sua ultima fatica, una raccolta di una cinquantina di splendide fotografe raffinatissime che giunge a distanza di qualche anno dalla precedente, “Krisis”, e precede, se possiamo permetterci un piccolo spoiler, una prova ancora più articolata che ci guiderà a riflettere sulla materia, il mondo, il divenire delle cose.

“Sindemia”, se vogliamo giocare ancora con le etimologie, è dunque uno sguardo dentro il popolo, dentro la comunità, è lo sforzo dichiarato di stare con, entrare in sintonia con la gente, noi. Suggestivo percorso perchè giunge nel momento giusto, utilizza con tempismo perfetto e sguardo profondo il disagio della vita ai tempi del Covid per rimbalzare un pensiero generale, una riflessione profonda sull’uomo. L’autore, psicologo con un’attività lunghissima a contatto diretto con il disagio mentale, quello vero, clinico, quotidiano nel suo difficile dialogo con la normalità, si interessa di fotografa da sempre, almeno dagli anni Ottanta, dai tempi gloriosi della camera oscura, della foto col rullino, seguendo corsi e lavorando assiduamente già a quei tempi nella ricerca di elaborazioni originali tramite il fotomontaggio. Dopo anni di parziale allontanamento da questo ambito espressivo, il ritorno alla fotografa si apre in modo totale ed entusiasta alle possibilità di elaborazione grafica offerte dalla fotografa digitale. Il cerchio si chiude perché la complessa dialettica del soggetto con la realtà esterna, che costituisce il nocciolo della riflessione psicologica, si pone in consonanza con le possibilità infinite di intersecare operativamente il dato di realtà della fotografa con la visione soggettiva, spesso straniante, surreale, spiazzata dell’occhio interno, che si voglia parlare di espressione artistica o di deformazione patologica poco cambia, al massimo un dosaggio diverso.

Se in “Krisis”, come ho avuto occasione di scrivere all’epoca, il nucleo centrale della riflessione era sull'”ingolfarsi del tempo che non scorre più: del passato non sappiamo cosa fare, il futuro tarda a venire e noi siamo come sospesi in un’attesa”, in questa nuova serie il focus si concentra sulla dialettica complessa soggetto-luogo, individuo-ambiente. Se là ci troviamo davanti alla “deformazione del reale, l’altro strumento forte per ragionare, spremere significati dalle cose” qui la costante è particolarissima: un formato fotografico in cui la cornice scompare e diventa contenitore, in cui le immagini sono letteralmente inglobate in scatole di plexiglas: cubi, parallelepipedi, sfere, in ogni caso spazi definiti in cui le persone stanno, fanno le loro cose, inconsapevoli. Molto spesso le scatole sono ulteriormente frazionate da setti anch’essi di plexiglass ed è in questo nuovo, nuovissimo e originale teatro che si svolge la vita fotografata e appunto ricondizionata in questo modo.Inconsapevoli, dicevo, perchè le persone che vediamo oltre questo schermo traslucido svolgono gli atti normali, fumano una sigaretta, leggono un libro, corrono, passeggiano con il cane come se la loro gabbia potenzialmente si dilatasse all’infinito o, al contrario, fossero a loro agio in questa dimensione claustrofobica.


Il risultato è una sensazione di separazione, come se lo spettatore divenisse improvvisamente estraneo o come se i personaggi ritratti, fra l’altro sfocati in una suggestiva elaborazione grafica, appartenessero a mondi altri, irrimediabilmente inarrivabili. Il tema è potentemente attuale visto che ormai questa dialettica di ostentata e totale visibilità da un lato e di inattingibilità dall’altro è diventata una delle costanti dei nostri tempi. Ricordo lo stupore con cui fu accolto nel 2000 un esperimento/performance a Santiago del Cile: la giovane attrice Daniela Tobar. visse per due settimane in una stanza completamente trasparente davanti agli occhi (invero un po’ arrapati) dei passanti, fno a diventare nota come la “chica de crystal”.

Ma scopro in internet che ormai esistono ovunque le Bubble room, dal Lazio a Belluno alla Provenza: stanze di albergo magari in plastica gonfiabile, attrezzatissime, in alta montagna o con viste mozzafiato in cui la vita della coppia si svolge senza filtri. Lo scopo dichiarato è guardare il paesaggio a 360 gradi ma guardare in questi casi è azione transitiva e implica anche l’esposizione di sè al mondo. In questa illusione di una sorta di Panopticon la totale dimensione “social” garantirebbe un senso al nostro esserci, una giustificazione data proprio dal consenso (e qui la serie di influencer, Grandi fratelli, canali Youtube, ecc. non richiede grandi sforzi di immaginazione): essere visti, essere visibili, restituisce un senso, questa la finalità, l’illusione, la delega al sociale di quello che è e resta comunque una domanda dell’individuo a se stesso. Un processo di deresponsabilizzazione che forse rende più felici ma che si paga con la rinuncia alla nostra specificità, autenticità, forse perfino identità. Chiusi nei prismi di plexiglass, scollegati dal “paesaggio”, ovvero dal resto del mondo, i personaggi rivelano la vera tragedia del non senso, dell’incomunicabilità e dell’assurdo. Un ragazzo e una ragazza sembrano parlare ma le loro bolle sono separate da un setto trasparente; due runner corrono in direzioni opposte ma un muro trasparente ci dice che non si incontreranno mai; un passante, un turista restano chini sul loro cellulare, nei rispettivi cubicoli, e le loro vite non si toccano in alcun modo. Le allusioni, le simbologie arricchiscono di spunti una riflessione per immagini che non può lasciarci indifferenti: i monconi di una statua femminile gettati per terra ci raccontano la nostra distanza incolmabile da una bellezza originaria; una ragazza che legge su un’alta sedia mentre i ratti banchettano fra le immondizie ai suoi piedi è una statua di indifferenza autoreferenziale.
Gli ospiti di questo nostro mondo sono due, gli animali e l’arte. Uccelli morti o appollaiati nelle pose meno ovvie, cani e maiali al guinzaglio, libellule dispettose, sono il richiamo a una natura che, respinta e avvilita, ormai non si dà a noi come sicurezza di normalità ma ribadisce la nostra follia autoreferenziale. Sculture immobili, perfette o frantumante, musicisti immobili in frac impeccabili, magari impegnati a suonare musiche diverse in trii impossibili, busti gettati a terra come detriti del tempo, non ci trasportano in paradisi di significato ma ci raccontano semmai la nostra solitudine irrimediabile. Un battistero abitato da un turista perplesso, sfondi architettonici sfumati e lontani, sculture isolate ed enigmatiche ci ricordano impietosi la nostra impossibilità di abitare i luoghi veri, di essere in un luogo. Ma abitare un luogo vero, senza plexiglas, o abitare un luogo intimo, chiuso al mondo, significa riconoscersi, essere. Torna in mente la storia di Edipo che per sapere davvero la propria identità deve tornare a Tebe, nella sua città, deve confrontarsi con un luogo davvero pubblico, incontrare persone senza schermi e protezioni, mettersi in gioco come individuo capace di toccare e di essere toccato, di aprirsi e di chiudersi al mondo senza finzioni. Ma Edipo ci suggerisce anche la chiusura del cerchio, chi spiega forse il senso della parentela da cui siamo partiti. Edipo è costretto a uscire dalla sua teca illusoria perché a Tebe scoppia la peste, perché questa Epidemia lo stana dalla reggia. E’ strano ma Sofocle l’aveva intuito con chiarezza: un evento collettivo finisce per chiamare in causa l’individuo e la sua domanda di senso, in un corto circuito straordinario (per gli antichi fra l’altro valeva anche il contrario…).

Ogni Pandemia, ogni evento che mette in gioco la relazione con gli altri, magari chiamando in causa la paura, il contagio, ci obbliga a riflettere sul nostro modo di essere al mondo: può costringerci a una chiusura drastica, a rifugiarsi in avatar virtuali deresponsabilizzanti, ma alla fne ci riconduce, come questa mostra fa magistralmente, a ripensare la necessità intima, irrinunciabile di assumerci il ruolo di individui, ricercarci come tali nel dialogo e nel contatto con gli altri, di definire i nostri confini veri uscendo da bolle protettive. Che non sono necessariamente di vetro o di plexiglass ma sono piuttosto rigidità, difese e inibizioni che abbiamo maturato nella nostra mente, troppo moderna ormai per aprirsi al mondo.