C’è un pensiero pessimista nel cristianesimo?

di Enzo Marigliano, medievalista

Accattivante e nel contempo impegnativo, seguire il denso contributo di Paolo Venti «Meglio non essere mai nati. La bellezza della vita nella civiltà classica» (BLOGNotes n. 24 pagg. 22 – 24).

Proverò ad intervenire in merito.

Se non mi sono del tutto sbagliato, il filo conduttore del testo da cui prendo le mosse esprime, ( persino esplicitamente nel testo stesso) , l’esistenza nel pensiero antico di un “….senso pessimistico del vivere….”, assegnando, di contro, al pensiero cristiano un “…ottimismo inossidabile…” che rappresenterebbe, per l’appunto, la cifra della vera differenza tra le due tradizoni.

MA C’È UN PENSIERO PESSIMISTA NEL CRISTIANESIMO?

L’Antico Testamento (AT) contiene, fra gli altri, un piccolo libretto il cui titolo integrale è «Parole di Quelèt figlio di Davide, re a Gerusalemme» (intero testo pagg.1451 – 1471) avvalendomi dell’Edizione della «La Bibbia di Gerusalemme» («Edizioni EDB», 2009, Imprimatur Card. Carlo Caffarra, Bologna 14 novembre 2008),

Sarà questo il testo di riferimento cui intendo rifarmi nel tentativo di dare una risposta al quesito.

Già il commento introduttivo offre motivi di riflessione precisando che: “…La parola Quelèt, “…non è un nome proprio ma un nome comune usato talvolta con l’articolo; benché sia di forma femminile, si costruisce con il maschile. Secondo la più probabile spiegazione designa una funzione: indica colui che parla nell’Assemblea in ebraico (qahlal), che in greco si traduce Ekklesia da cui deriva il titolo latino “Ecclesiastes” ovvero trascrizione della Bibbia Greca: cioè “il Predicatore”…” (pag. 1473). Nel testo egli è denominato “figlio di Davide re a Gerusalemme…” il che lo identificherebbe in Salomone, anche se il nome non è mai citato; tuttavia potrebbe trattarsi anche d’una finzione, in modo da mettere le affermazioni sotto un égida rilevante cui attribuire il testo. Neppure sappiamo se esso sia d’un unico autore oppure se siano intervenute nella stesura più mani (anche nella premessa si ipotizzano interventi possibili da due a quattro mani (pag. 1473)).

Non addentriamoci ulteriormente nello studio delle possibili premesse che ci porterebbero troppo lontano ed a percorrere i pavimenti scivolosi dell’esegetica, ed andiamo subito al nocciolo della questione: l’incipit.

UN TESTO CHE LASCIA POCHI EQUIVOCI

Vanità delle vanità, dice Quèlet/vanità delle vanità, tutto è vanità./Quale guadagno viene all’uomo/per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?/Una generazione se ne va e un’altra arriva/ma la terra resta sempre la stessa./Il sole sorge, il sole tramonta/e si affretta a tornare ove rinasce./Il vento va verso sud e piega verso nord./Gira e va e sui suoi giri torna il vento,/Tutti i fiumi scorrono verso il mare,/eppure il mare non è mai pieno: al luogo ove i fiumi scorrono/continuano a scorrere./Tutte le parole si esauriscono/e nessuno è in grado di esprimersi a fondo. Non si sazia l’occhio di guardare/né l’orecchio è mai sazio di udire./Quel che è stato sarà/e quel che si è fatto si rifarà;/non c’è niente di nuovo sotto il sole./ C’è forse qualcosa di cui si possa dire:/«Ecco, questa è una novità»?/Proprio questa è già avvenuta/nei secoli che ci hanno preceduto./Nessun ricordo resti degli antichi,/ ma neppure di coloro che saranno/si conserverà la memoria/presso quelli che verranno in seguito.”(pagg. 1453 – 1454)

Il testo lascia ben pochi dubbi, sia a confronto degli altri libri dell’AT e, tanto più, rispetto ai quattro Testi canonici del Nuovo Testamento (NT) come riconosciuti dalle prime comunità cristiane nel corso di un lungo e complesso confronto svoltosi tra II e IV secolo. La visione pessimista è quì del tutto evidente ed anche il prosieguo del testo, pur se tra contraddizioni, si trova nella evidente difficoltà di individuare una via d’uscita dall’impostazione iniziale che ne ha dato l’impronta.

UN DIBATTITO TUTTORA IN CORSO

Nel 2022 un amico Monaco presso il Monastero di Praglia (PD), don Sandro Carotta, ha dato alle stampe per le Edizioni San Paolo, un libro intitolato, per l’appunto «Quelet. Attualità e provocazione» la cui bibliografia consta di appena 18 titoli, ed Egli stesso ha svolto le proprie riflessioni – di notevole rilievo – dovendosi misurare essenzialmente con la difficoltà di esprimere le ragioni per vivere entro un quadro dalle tinte forti come quello offerto dalla lettura del Quelet.

Il libro del Quelet – scrive lo studioso benedettino – di soli dodici Capitoli, è stato definito uno dei testi più scandalosi dell’AT. Pessimistico, persino ateo – a detta di alcuni autori – solo recentemente è stato rivalutato per alcuni passi dai quali emerge un invito a godere delle poche gioie che la vita – più matrigna che madre – offre all’uomo.”(pag.7)

Del resto come altrimenti spiegare la marginalità cui questo testo biblico è stato lasciato per secoli.

Il complesso, e per questo affascinante, libro di don Carotta, ha il pregio, ed il coraggio, di tentare di districare la matassa e rinvenire la possibilità di una lettura “in positivo”, ovvero in chiave coerente col resto dell’insegnamento cristiano, anche del del Quelet, esaminando il quale non resta che concludere tornando, pur se in punta di piedi, a Paolo Venti, affermando che anche all’interno della visione cristiana e della prospettiva ch’essa offre all’uomo, non si può nascondere che l’ottimismo sia davvero inossidabile come Venti ha ritenuto di poter intravvedere. Il retro di copertina del monaco Carotta dice, forse non casualmente: “Tra inquietudine e domanda verso una fede autentica”. Certo tutto è in divenire, ed anche il libro di Carotta che esamina con minuzia ed uno sguardo a 360° il “Quelet” sta a dimostrarlo: ancora una volta, alla fin fine, per il cristiano è esclusivamente una ragione di fede. Due letture parallele che vale la pena di suggerire.

Enzo Marigliano

Ricercatore Medievalista.