La memoria mi è sempre stata un’amica fedele.
Anche se talvolta è fin troppo ingombrante,
le sono affezionato perchè mi permette di salvarmi,
di fuggire lontano e rivisitare luoghi incredibili.
Tahar Ben Jelloun
Tempo fa, per un Convegno, scrivevo: la scrivania del mio studio ha un profondo cassetto dove custodisco un numero imprecisato di quaderni che racchiudono le storie dei migranti che ho incrociato in questi 18 anni. A volte, quando c’è un totale silenzio penso che, se ciò fosse possibile, “sentirei” un sordo lamento provenire dalle pagine di questi quaderni: sono le loro urla strozzate, le lacrime sommesse, il dolore narrato, ma anche quello inenarrabile.
Ora, da quando ho iniziato la mia professione di etnopsicologa, di anni ne sono passati 26 e le persone con un background migratorio continuano a testimoniarmi il loro bisogno di raccontare, di depositare i propri ricordi a qualcuno disposto ad ascoltarli con rispetto, dando un posto alla loro parola.

La parola “ricordo” rimanda ad un’altra parola: “passato”. La lingua tedesca ha il vantaggio di avere due termini per indicare il passato. Vergangenheit: è il passato che non esiste più, perduto irrimediabilmente, spazzato via dal tempo. Gewesen: il wesen è l’essenza, qualcosa che è stato ma che può essere ri-evocato dalla memoria. Quindi il ricordo ontologicamente inteso non esiste, ne esistono solo delle ri-evocazioni, può essere ri-scritto, ri-vissuto, re-interpretato e questo è il lavoro della memoria.
Il “permettersi” di rievocare una memoria di ciò che si è vissuto, passa proprio attraverso il bisogno di trovare strumenti e parole per riuscire a rappresentare il proprio “trauma” migratorio: senza una qualche forma di elaborazione dello specifico elemento traumatico connesso alla migrazione, non si può accedere alla costituzione di una “memoria” dell’evento stesso (De Micco). In uno dei suoi libri, Yasmina Khadra fa dire al suo protagonista: “Certi ricordi sono più spaventosi dei fantasmi”, questa mattina, uno dei miei pazienti ha pubblicato in un post questa frase lapidaria: “il passato è indelebile”. È solo attraverso un ascolto attento, non condizionato, paziente, che si può creare uno spazio co-costruito in cui la persona può permettersi di raccontare ciò che è “rinchiuso” nella sua memoria, senza temere di non essere capito, di rimanere schiacciato dal dolore che la parola può causare, con l’obiettivo di passare da “una narrazione che ammala a una narrazione che cura” (Losi).
La maggior parte dei miei pazienti con un passato di migrazione fatica a ri-vivere e ri-evocare il proprio vissuto; un vissuto di cui avrebbe, invece, assolutamente bisogno per continuare a vivere. Sono persone danneggiate, alcuni di loro descrivono se stessi come “sospesi”, non si riconoscono in ciò che sono diventati: “io non mi sono mai arrabbiato così, ora non ho più pazienza, non mi ricordo quello che faccio, quello che dico, tutto quello che ero è troppo lontano, a volte non sembra più avere senso”. E queste sensazioni si ripetono uguali ogni giorno. Nei casi specifici di vittime di abusi, si nota come la tortura rende muti e sordi a se stessi: i sopravvissuti, le sopravvissute devono re-imparare il linguaggio del proprio corpo e di quello degli altri, a reinterpretare i loro movimenti in un contesto normale.
Spesso devono riabituarsi a sentire la propria voce perché non si sanno più ascoltare, né hanno coscienza dell’importanza di parlare
(con se stessi e con gli altri) non sapendo che una persona si può curare con la parola, con la parola ascoltata.
Come scrive De Giovanni: “le cose non diventano vere finché non le dici ad alta voce. Le parole sono corpo, sangue. Sentiamo la gente capire la portata delle proprie azioni solo nel momento in cui ascolta la propria voce raccontarle”. Per questo motivo mi avvicino al mondo di ogni mio paziente con cautela, in attesa che siano loro stessi ad essere “pronti” a raccontare, a raccontarsi, a far emergere, dal loro più profondo, la memoria dei loro vissuti. In alcuni casi è proprio negli incontri con me che si ascoltano per la prima volta, dopo tanto tempo e le loro storie, di cui sono gli assoluti protagonisti, nascoste sino a quel momento nella loro memoria, ridiventano reali, vive, a volte tristi, spesso dolorose.
Mohammed ha disertato i primi appuntamenti: non riusciva a entrare nello studio, arrivava sino alla sala d’attesa e poi tornava indietro, appena fuori chiamava per chiedere di poter venire un altro giorno: era terrorizzato da ciò che avrebbe potuto dire, da ciò che avrebbe dovuto ascoltare. Quanto è stato difficile per lui parlare, far riemergere dalla memoria episodi dolorosi; non riuscendoci, gli ho regalato un piccolo quaderno in cui poteva scrivere quello che non riusciva ancora a dire, che gli rimaneva bloccato in gola, facendogli mancare il respiro. In quel quaderno, giorno dopo giorno, annotava pezzi della sua vita, episodi riemersi dalla sua memoria e lì sono rimasti ancora per giorni.
Poi un pomeriggio, dopo che gli ho letto la poesia di un esule che mi aveva ricordato la sua storia, Mohammed ha aperto una pagina e ha iniziato a raccontare, prima come se non fosse lui il protagonista di ciò che stava leggendo e poi, nel tempo, orgoglioso della sua storia: “ho capito che non potevo più permettermi di non ricordare … devo ricordare tutto, altrimenti è come se non fosse successo niente e io, allora, chi sono? Dove sono?”. Ricordare, raccontare può essere una resurrezione, per Mohammed è stato così.
Noemi Galleani è responsabile del Servizio etnopsicologico della Cooperativa Nuovi Vicini. Il Servizio si occupa di fornire supporto psicologico a persone con background migratorio, attraverso il riconoscimento della dimensione culturale e delle relazioni della persona con i diversi contesti di appartenenza.
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