Ecco papà che torna dal lavoro. Alto e snello, ha un aspetto importante nella sua uniforme. Per prima cosa estrae la pistola dalla fondina e la ripone nel luogo sicuro dove deve stare. Noi bambine sappiamo che è una cosa da non toccare mai. Sorride e i denti gli brillano sotto i baffetti. La gente dice che assomiglia a un certo Clark Gable, una star del cinema.
“Le ragazze si sono comportate bene?”. La mamma è davvero felice oggi, quindi per una volta è indulgente: “Niente di cui lamentarsi!”.
“In questo caso, ecco delle caldarroste per voi, bambine… ancora calde di bancarella!”. Estrae un cono di carta dalla tasca del cappotto, lo apre e il profumo dell’autunno si diffonde in cucina come per magia. La mamma sorride e cita uno dei suoi indovinelli: “è un frutto rotondetto – di farina ha un sacchetto – se lo tagli non si lagna- questo frutto è….?”.
“La castagna!” risponde prontamente mia sorella. La mamma ha una filastrocca per ogni occasione.
“Ora la cena è pronta. Teniamole in caldo nello spargher come dessert”, la mamma chiama così la cucina economica. Lo spargher serve per riscaldare e cucinare. Ha molti sportelli e quando siamo infreddolite, come dopo la messa della domenica, io e mia sorella apriamo quello basso, dove si mette la legna, e ci infiliamo i piedi per riscaldarli.
Per cena c’è pasta con le fave. So che non dovremmo fare storie, ma la verità è che non ci piace. A papà invece sì, perché lui viene dalla Sicilia, che è giù al sud. La mamma ha imparato molte ricette siciliane per renderlo felice. A papà non piace la maggior parte del cibo di qui. In particolare, detesta la polenta e i krauti. Ma è proprio quello che la mamma mangia stasera.
All’inizio lui non ci fa caso. Sta ascoltando le notizie alla radio. Sembra preoccupato quando dicono che ci sono problemi al confine, vicino alla vecchia stazione della Transalpina. È in Jugoslavia, ma a poca distanza da dove abitiamo. Una volta, con la mamma, ci siamo avventurate abbastanza vicino e, attraverso il filo spinato, ho visto dei soldati sulle torrette con le mitragliatrici e una grande stella rossa con una scritta che non riuscivo a capire.
La mamma la ha letta per noi:
“Mi gradimo
socializem,
costruiamo
il socialismo”
Non avevo ancora capito il significato, però mi faceva paura!
La mamma mette nel piatto dei ciccioli e papà li vede.
“ E’ stata qui Tomcka?”. Il suo tono è calmo ma inquieto “Sì, è venuta nel pomeriggio e ha portato dei prodotti dalla campagna”.
Noi bambine sappiamo bene che non dobbiamo dire una parola.Zia Tomcka vive in Jugoslavia ed è la sorella di nonna Amalia, morta giovane. È bassa e grassottella, con le guance paffute e rossicce, un sorriso cordiale e l’aspetto semplice di una contadina. Conosce solo poche parole in italiano, così oggi hanno chiacchierato molto in sloveno, a volte ridendo, a volte facendo facce tristi. Io ascoltavo e cercavo di indovinare quello che dicevano. Ho afferrato parole come hvala, dobro o nasvidenje, che mi sono diventate familiari.
La mamma sembra diversa quando parla la sua lingua, ha un suono più dolce. Parlare in un’altra lingua è come cambiare vestito ed entrare in un altro mondo. i piace tanto ma mi fa anche paura. Lo sloveno è visto male dai nostri vicini e anche da papà, per qualche motivo. Deve essere tenuto segreto.
Zia Tomcka ha un documento che le permette di attraversare il confine. Grazie a quello, può farci visita di tanto in tanto. Il documento si chiama propusnica, ma non lo danno alla mamma, perché è sposata con un poliziotto. Senza la propusnica, la mamma non può ricambiare le visite della zia né andare alla tomba di sua madre a Bilje.
“Si è fermata a lungo?” Ora papà sembra un po’ teso.
“Un’ora o poco più. Ha portato notizie da mio cugino Dusko. Stanno bene, ma faticano a sbarcare il lunario. Le ho dato dei capi di lana per il bambino. Spero non ti dispiaccia”. Mentre parla, fa un accenno di sorriso.
“Certo che no. Basta che ricordi cosa ci si aspetta da me nella mia posizione”.
“Certo che lo ricordo…e anche Tomcka”.
Si scambiano un calmo sguardo d’intesa, e io mi sento rassicurata.
La mamma porta le castagne e il papà ci aiuta a sbucciarle. Sorridiamo, con la bocca piena del sapore dell’autunno.
Allora non potevo immaginare che la nostra infanzia interculturale avrebbe ispirato sia me che mia sorella a studiare lingue straniere all’università, né che da adulta avrei usato l’inglese nella mia vita professionale. Soprattutto, ignoravo che l’occasione mancata di imparare lo sloveno sarebbe diventata uno dei miei più grandi rimpianti. La porta che avrebbe potuto condurmi a un vero bilinguismo era stata chiusa e la consapevolezza di quella perdita è arrivata troppo tardi.
Quello che mi portavo dietro, invece, era il retaggio della vita di confine, la sensazione di marginalizzazione che associavo alla mia città natale. Ma in questo caso la porta si è spalancata all’ improvviso, con mia enorme commozione, quando Gorizia e Nova Goriza sono state nominate Capitali Europee della Cultura 2025.

Oggi questo binomio è alla ribalta internazionale a dimostrare, in un quadro geopolitico difficile come quello che stiamo vivendo, che se si alimenta la cultura della pace anche i confini ritenuti insormontabili si possono superare.
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